Puoi sponsorizzare un torneo. Non puoi sponsorizzare la rilevanza.

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Puoi sponsorizzare un torneo. Non puoi sponsorizzare la rilevanza.

Il Mondiale FIFA 2026 è finito e i brand iniziano a fare i conti con il ritorno di una delle vetrine di sponsorizzazione più costose dello sport. Eppure, tra i marchi più visibili del torneo ce n’era uno che la FIFA aveva provato a nascondere.

Levi’s detiene i naming rights del Levi’s Stadium di Santa Clara grazie a un accordo decennale da 170 milioni di dollari, firmato nel 2024. Non essendo partner ufficiale FIFA, durante il torneo gli organizzatori hanno ribattezzato l’impianto “San Francisco Bay Area Stadium” e coperto le insegne secondo le regole dei clean stadium.

Il nome è sparito. Il Batwing no. Il telo bianco seguiva il profilo del celebre logo Levi’s, rendendo il brand immediatamente riconoscibile.

Levi’s è stata al gioco. Ha cambiato l’immagine profilo su Instagram, portato il logo coperto nei negozi da Londra a San Paolo e usato lo stesso trattamento per una collezione dedicata. Secondo l’azienda, la campagna ha generato circa un miliardo di impression ed è diventata la sua attivazione social più vista, condivisa e commentata di sempre. Un solo post su Instagram ha raccolto circa 2,5 milioni di like.

Qualche settimana dopo, Norwegian Air è entrata nella conversazione senza acquistare neppure un diritto sul torneo. Prima del quarto di finale tra Inghilterra e Norvegia, ha lanciato una scommessa pubblica a British Airways: la compagnia del Paese sconfitto avrebbe usato per 24 ore il logo della rivale come immagine profilo su Instagram.

Alla fine British Airways ha accettato. Altre compagnie si sono unite ai commenti, i tifosi hanno scelto da che parte stare e, dopo il 2-1 dell’Inghilterra, Norwegian ha mantenuto la promessa.

 

 

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Quando una scommessa diventa un momento virale

Quasi 320,000
Like sul post originale di Norwegian, rispetto ai 400–1.500 che i suoi contenuti riceverebbero normalmente.
Circa 300,000
La media dei like  generati dai post pubblicati durante la collaborazione con British Airways.
Più di 1 milione
I like sul post sulla “scommessa persa”, mentre la prima risposta della British Airways ha superato i 105.000.

Nessuna delle due compagnie era partner ufficiale FIFA. Eppure entrambe sono entrate nella conversazione culturale intorno al torneo grazie al tempismo, a una rivalità credibile e a un’idea che valeva la pena seguire.

I diritti ufficiali continuano ad avere valore. Portano legittimità, proprietà intellettuale protetta, accesso ad atleti e venue, hospitality, dati ed esperienze per i clienti che un outsider non può replicare con la stessa facilità. Quello che non comprano è un motivo per prestare attenzione.

L’accesso si compra. La rilevanza va conquistata.

Quando essere ufficiali non basta a farsi riconoscere

Lo sport resta uno dei pochi spazi in cui i brand possono entrare in un’esperienza davvero condivisa. I grandi eventi riuniscono pubblici enormi nello stesso momento, con un’intensità emotiva che difficilmente una campagna riesce a creare da sola.

I tifosi, inoltre, guardano con favore ai brand che sostengono lo sport. Secondo il Global Sports Report 2025 di Nielsen, il 67% degli appassionati di calcio considera più attraenti i marchi sponsor, contro il 54% della popolazione generale.

Lo status ufficiale, però, si ricorda poco. Uno studio Sellex su Euro 2024 ha rilevato che il 31% dei tifosi ha indicato correttamente Adidas come sponsor tecnico del torneo, mentre il 30% ha citato Nike, che non deteneva alcun diritto. Tra le compagnie aeree, il 17% ha riconosciuto Visit Qatar, partner effettivo, ma il 25% ha nominato Emirates. Più di una persona su quattro non sapeva distinguere i brand ufficiali dagli altri.

Con cifre simili, il divario pesa. Secondo le stime di settore, le partnership globali di fascia più alta della FIFA costano tra 150 e 200 milioni di dollari per un ciclo di quattro anni. I diritti di seconda fascia per il Mondiale 2026 avrebbero raggiunto gli 80-100 milioni di dollari, prima ancora dei costi di attivazione.

I brand spendono cifre enormi per parlare a tifosi che potrebbero non ricordare chi ha pagato.

I diritti aprono la porta. Il resto lo fa l’idea.

Un contratto di sponsorizzazione apre porte. Permette a un brand di usare asset protetti e di entrare in spazi altrimenti inaccessibili. Ma non offre il tempismo, il punto di vista o l’idea creativa capaci di rendere quella presenza significativa.

Levi’s non ha vissuto la copertura delle insegne come un torto. Ne ha colto l’ironia e ha trasformato il limite in una prova della forza della propria identità.

La campagna poneva una domanda semplice: senza il nome, le persone riconoscerebbero comunque Levi’s? La risposta è stata sì.

Dietro l’idea sono comunque serviti produzione, approvazioni e decisioni rapide su più mercati. Il valore è nato dalla capacità di leggere il momento e trasformare un vincolo in una storia.

Norwegian e British Airways hanno funzionato per un altro motivo. Le compagnie di bandiera rappresentano già, simbolicamente, i rispettivi Paesi e i due brand sono concorrenti diretti. La scommessa sembrava un’estensione naturale della partita, non una campagna in cerca di un linguaggio da prendere in prestito.

Un annuncio di sponsorizzazione raramente viene condiviso perché l’azienda ne è orgogliosa. Le persone condividono ciò che le diverte, le rappresenta o le fa sentire parte del momento.

Sponsor attivi e sponsor passivi

La distinzione che conta non è tra ufficiali e non ufficiali, ma tra sponsor attivi e passivi.

Gli sponsor passivi circondano lo sport con loghi, media, biglietti e hospitality. La presenza può essere imponente, ma spesso resta intercambiabile. Tolto il marchio, al suo posto potrebbe esserci quasi qualunque concorrente.

Gli sponsor attivi usano l’accesso per dare forma all’esperienza. Ralph Lauren è Official Outfitter di Wimbledon dal 2006 e firma le divise degli ufficiali di campo e dei raccattapalle. Rolex, Official Timekeeper dal 1978, ha reso i suoi orologi parte del linguaggio visivo del torneo. La partnership olimpica di Visa, invece, entra direttamente nel modo in cui gli spettatori pagano e fanno acquisti durante i Giochi.

credits: perpetualpassion.com

Queste partnership funzionano perché il ruolo del brand è coerente, utile e costruito nel tempo. I diritti ufficiali possono generare rilevanza, ma solo quando vengono usati per fare qualcosa che conta davvero.

Prima l’idea, poi il contratto

Molte sponsorizzazioni nascono prima di tutto come accordi commerciali. I team comunicazione e creatività entrano in scena più tardi, quando gli asset sono già definiti e l’annuncio è in calendario. A quel punto il brief diventa “date visibilità alla nuova partnership”, anche se la notizia interessa soprattutto le due organizzazioni coinvolte.

La domanda giusta va fatta all’inizio: che cosa permetterà al brand di dire, fare o dimostrare questa partnership, che altrimenti non potrebbe?

Significa guardare oltre la partita. Di cosa stanno già parlando i tifosi? Quali rituali ruotano intorno all’evento? Dove può entrare il brand in modo credibile? Che cosa può offrire che un altro sponsor non saprebbe creare?

Una buona strategia PR trasforma un’attivazione in qualcosa che le persone scelgono di condividere.

Dalla share of voice alla share of story

Le sponsorizzazioni si misurano ancora attraverso tempo sullo schermo, visibilità del logo, impression, media value e awareness. Metriche utili per capire quanta attenzione era disponibile, meno per capire che cosa sia rimasto davvero.

Un brand può apparire in milioni di frame senza entrare in una conversazione significativa. Accanto alla share of voice dovrebbe quindi chiedersi quanta parte del racconto è riuscito a conquistare.

Le persone hanno ripreso l’idea senza essere pagate?

I giornalisti ne hanno parlato perché era interessante, non perché avevano ricevuto un comunicato stampa?

Ha cambiato il modo in cui il pubblico ha vissuto l’evento?

Il brand sarebbe ancora riconoscibile senza il logo?

Levi’s ha superato quest’ultima prova nel modo più letterale possibile. Molte sponsorizzazioni non ci riuscirebbero: una volta rimosso il logo, resta ben poco che appartenga in modo inequivocabile al brand.

Prima di acquistare un costoso pacchetto di diritti, i brand dovrebbero andare oltre la domanda “quanto saremo visibili?” e chiedersi “che cosa renderà questa presenza inconfondibilmente nostra?”.

La domanda da farsi prima di firmare

Le sponsorizzazioni sportive ufficiali conservano il loro valore. In un panorama media sempre più frammentato, diventa più raro e desiderabile riunire un pubblico intorno allo stesso evento, in diretta. I diritti sono il punto d’ingresso, non la strategia.

Levi’s ha trasformato l’esclusione in un vantaggio perché la sua identità era abbastanza forte da reggere anche senza il nome. Norwegian e British Airways hanno dimostrato che un’idea ben calibrata e lanciata al momento giusto può entrare nella stessa conversazione mediatica dei brand con pacchetti di diritti da centinaia di milioni. Ralph Lauren, Rolex e Visa mostrano invece che cosa possono costruire i partner ufficiali quando il loro ruolo diventa parte dell’esperienza.

Pagare per entrare è la parte facile. Prima di firmare, ogni brand dovrebbe sapere che cosa farà una volta dentro.

Luciana Ianari

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Communication Strategist con quasi dieci anni di esperienza maturata in azienda e in agenzia, in diversi mercati e settori. In precedenza ha guidato il dipartimento di comunicazione del Gruppo Campari nel Regno Unito, supervisionando la comunicazione del marchio e gestendo le attività locali rivolte ad aziende e istituzioni. Commentatrice di settore, docente ospite e membro della giuria di premi internazionali di pubbliche relazioni.

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